Siamo disposti a pagare per la privacy?

Di Paola   |  

agosto 30, 2022   |  

Orange Blog   |  

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Siamo disposti a pagare per la privacy?

Si fa sempre più strada nell’opinione pubblica e nelle politiche delle istituzioni una volontà di tutelare maggiormente la privacy degli utenti della rete. Mark Zuckerberg, dettando la linea di Facebook (ora Meta) già nel 2019, indicò la privacy come principio fondamentale da seguire. Oggi Apple tenta di distinguersi dai suoi competitor con la unique selling proposition: “Your data is beign sold! Privacy. That’s iPhone”. In Unione Europea, i regolamenti sono in revisione per via del poco gradimento del sapere che così tanti dati escono dall’Europa e vengono trattati negli USA, sotto altre giurisdizioni.

 

Ovviamente i dati sensibili devono essere mantenuti al sicuro da abusi e violazioni, ma il modo in cui si cerca di ottenere questo risultato non è un fattore secondario e, come sempre, le soluzioni tagliate con l’accetta tendono a provocare danni collaterali non gestibili sul piano dell’occupazione di interi settori e sulla fruizione di determinati servizi.

 

La premessa più ovvia da fare è: ovviamente poter sfruttare la profilazione derivante dalle raccolte dati è un efficace strumento per i brand, che ottimizzano i costi per la pubblicità e incrementano i profitti grazie al raggiungimento di target più ampi. 

La questione, però, non può chiudersi qui: un brand non è un marchio galleggiante nel vuoto, è fatto di persone che lo costruiscono e lo promuovono, sono posti di lavoro (spesso già vessati da burocrazia e tassazione, precarietà, nel caso delle partite iva), sono persone formate e specializzate nei loro settori che rischiano di vedersi privati dello spazio riservato alle loro competenze in un momento in cui non solo reinventarsi è impresa ardua, ma è complesso anche solo ricollocarsi in ambiti attinenti. Può un’amministrazione disinteressarsi di intere realtà professionali?

 

Lato consumatore, però, le cose non vanno meglio: a nessuno piace la pubblicità, questo è risaputo, tuttavia la pubblicità serve a mantenere gratuiti servizi molto amati (due esempi su tutti, Google e Facebook). Con che cosa si ripagano questi servizi se il loro modello di business basato sul creare canali pubblicitari e consentire promozione viene meno? Si rinuncerà forse ai social? Oggi come oggi, sembra improbabile.

 

Un altro aspetto del rientrare nel target di un’azienda è il fatto che, anziché essere bersagliati da pubblicità casuali, diventiamo destinatari di spot e contenuti specifici per i nostri interessi. Chiaramente preferiremmo non ricevere affatto materiale pubblicitario, ma nel momento in cui è inevitabile che sia così (per i già citati motivi) non è forse preferibile riceverne di potenzialmente interessante? Troppo spesso i tentativi di vendita vengono istintivamente visti come un’intromissione e un volersi approfittare del consumatore, ma chi si occupa di marketing in quest’epoca storica sa che in assenza di un cliente ideale non ha senso a monte proporre prodotti o servizi. Certo, l’azienda pone attenzione al mercato per fare utili, ma di fronte alla necessità di vedere della pubblicità perché non riceverne di legata ai nostri interessi? Preferiremmo forse, da appassionati di sport, veder invasa la nostra home da corsi di cucito e offerte speciali di vasi da fiore? O non è tutto sommato meglio incappare in avvisi sui principali eventi sportivi e sulle reti che li trasmetteranno?

 

Va inoltre ricordato che l’uso dei dati viene approvato dagli utenti che si registrano sui social network: anche se sappiamo come tutte quelle pagine di contratto vengano lette ben di rado (per non dire mai), deresponsabilizzare l’utente quando ha di fatto firmato è davvero quello che vogliamo?

 

Qual è, quindi, la soluzione? Impedire ai gestori dei social e dei motori di ricerca di offrire canali pubblicitari comodi ai brand sarebbe una scelta particolare, dato che non sarebbe chiaro nell’interesse reale di chi sarebbe fatta. Saremmo disposti a pagare per usare Facebook, Instagram e Google? Per farla breve, quanto davvero la cessione dei dati sta pesando sulla qualità della vita degli utenti?

 

Ben inteso, esistono usi impropri anche molto gravi, basti pensare allo scandalo Cambridge Analytica che ha influenzato le politiche statunitensi tramite utilizzi non consentiti di quei dati, ma questo non può pregiudicare l’intero sistema: in presenza di illeciti si dovrebbe perseguire l’illecito, non eliminare il lecito.

 

Piuttosto che impedire in toto a tutte le aziende d’oltreoceano di rilevare i dati dei loro utenti, piuttosto che cercare disperatamente di creare confini quando il tempo li sta cancellando, non sarebbe preferibile darsi linee guida comuni ormai urgenti in un mondo completamente globalizzato e interconnesso? È questa la responsabilità della classe dirigente di oggi, comprendere questi media e regolarli in modo tale da consentirne un uso sicuro e quanto più costruttivo per le varie realtà. Scaricare sui professionisti e sui consumatori una mancata comprensione non è solo eticamente discutibile, è un danno ingente per un settore che non solo è in crescita, ma è strumento di crescita per tutti gli altri, fattore che non può essere trascurato specialmente in momenti di crisi.

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